Il coraggio di essere chi siamo
- dr.ssa Anna Maria Le Moli

- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 4 giorni fa
Ci sono momenti in cui sentiamo nascere dentro di noi qualcosa di molto chiaro.
Un'emozione che chiede di essere ascoltata. Un bisogno che bussa con delicatezza. Una verità che vorrebbe trovare spazio.
Eppure restiamo in silenzio.
Le parole arrivano fino alla gola, ma non escono. Le tratteniamo per paura di creare un conflitto, di essere fraintesi, di deludere qualcuno o, forse, di perdere il suo affetto.
Quante volte ci è capitato di lasciare andare una conversazione pensando:
"Avrei voluto dire come mi sentivo, ma non ci sono riuscita."
Con il tempo ho compreso che esiste una differenza profonda tra dire ciò che penso e dire ciò che sento.

Il pensiero nasce dalla mente. È fatto di interpretazioni, convinzioni, esperienze passate e condizionamenti. È influenzato dall'educazione ricevuta, dalle aspettative degli altri e dal modo in cui abbiamo imparato a leggere il mondo.
Il sentire, invece, arriva da un luogo diverso.
È il linguaggio delle emozioni, del corpo e dell'intuizione. È quella parte autentica di noi che percepisce prima ancora di riuscire a spiegare.
Forse il vero coraggio non consiste nell'imparare a parlare di più.
Consiste nell'imparare ad ascoltare quella voce interiore che, troppo spesso, abbiamo imparato a mettere da parte.
Perché se non riconosco ciò che sento, difficilmente potrò comunicarlo agli altri e, prima ancora, difficilmente riuscirò a riconoscere davvero me stessa/o.
Le paure che mettono a tacere la nostra voce
Quando non riusciamo a esprimerci, raramente è perché non sappiamo cosa dire.
Più spesso è perché una specifica paura prende il sopravvento, prima fra tutte è la paura di ferire.
Vorremmo proteggere chi abbiamo davanti, evitare discussioni, non provocare sofferenza. Così scegliamo il silenzio, pensando che sia la strada più gentile.
Però, mentre cerchiamo di proteggere l'altro, finiamo per mettere da parte noi stessi.
Poi c'è la paura di non essere accolti. Mostrare ciò che proviamo significa esporsi. Significa permettere all'altro di vedere una parte vulnerabile di noi e questo può far paura, perché tocca un bisogno profondamente umano: quello di sentirsi accettati e di appartenere.
Esiste infine una paura ancora più sottile. È quella che ci porta a pensare che esprimersi sia inutile.
"Tanto non cambierà nulla."
"Meglio lasciar perdere."
Sono frasi che, ripetute nel tempo, rischiano di allontanarci sempre di più dal nostro mondo interiore.
Così, quasi senza accorgercene, impariamo ad ascoltare tutti... tranne noi stessi.
Dare valore a ciò che sentiamo
Ogni volta che ignoriamo un'emozione, non stiamo semplicemente mettendo a tacere un sentimento.
Stiamo dicendo, in modo silenzioso, che ciò che viviamo non è abbastanza importante.
Eppure le emozioni non chiedono di avere ragione.
Chiedono di essere riconosciute.
Quando iniziamo a dare dignità al nostro sentire, cambia anche il modo in cui guardiamo noi stessi.
L'autostima non nasce dall'essere impeccabili o sempre sicuri, nasce dal riconoscere che ciò che proviamo ha valore, anche quando è fragile, scomodo o difficile da raccontare.
Accogliere il proprio sentire significa concedersi il diritto di esistere così come si è, senza dover continuamente giustificare ciò che si prova.
Dire ciò che sento è diverso dal dire ciò che penso
Questa è forse una delle distinzioni che più hanno trasformato il mio modo di vivere le relazioni.
Molte persone dicono con orgoglio: "Io dico sempre quello che penso."
Questo, però, non sempre favorisce un incontro.
Quando parliamo soltanto dal pensiero, è facile che entrino giudizi, interpretazioni o accuse.
"Hai sbagliato."
"Non mi capisci."
"Mi fai stare male."
In questi casi il dialogo rischia di trasformarsi rapidamente in uno scontro.
Quando invece iniziamo a parlare dal sentire, qualcosa cambia.
"Mi sono sentita ferita."
"In questa situazione mi sento confusa."
"Ho provato paura."
Non stiamo cercando un colpevole. Stiamo condividendo la nostra esperienza.
È una differenza sottile, ma profonda.
Perché il sentire apre uno spazio di ascolto, mentre il giudizio costruisce distanza.
La verità, a volte, può essere dolorosa, ma quando nasce da un sentire autentico ed è espressa con rispetto, diventa un ponte anziché un muro. Non elimina il dolore, ma permette all'altro di incontrarlo senza sentirsi attaccato.
Quando il sentire torna a fluire
Ogni emozione trattenuta continua a cercare uno spazio. A volte si manifesta come tensione nel corpo.
Altre volte come stanchezza, irritabilità o senso di chiusura.
Le emozioni, infatti, non scompaiono perché scegliamo di ignorarle.
Rimangono in attesa di essere ascoltate.
Quando invece permettiamo a ciò che sentiamo di trovare una forma, qualcosa in noi si alleggerisce.
Possiamo parlare con una persona di fiducia.
Possiamo scrivere.
Disegnare.
Camminare nella natura.
Meditare.
Creare.
Non è la modalità a fare la differenza, ma il permesso che ci concediamo di non reprimere ciò che vive dentro di noi.
Ogni volta che il nostro sentire trova una voce, anche il corpo sembra respirare più profondamente.
Come se una parte di noi smettesse finalmente di trattenersi.
Tornare a sé
Esprimere ciò che sentiamo non significa essere contro qualcuno.
Significa smettere di essere contro noi stessi.
Non possiamo controllare come l'altro reagirà alle nostre parole.
Possiamo però scegliere di non tradire la nostra autenticità.
Ed è proprio lì che nasce qualcosa di prezioso.
Una relazione più vera.
Un dialogo più sincero.
Uno spazio in cui non è necessario indossare maschere per essere accettati.
Forse il coraggio di essere chi siamo non consiste nel parlare sempre.
Consiste nel dare dignità alla nostra voce interiore e permetterle, poco alla volta, di trovare il proprio posto nel mondo.
Perché ogni volta che scegliamo di ascoltare davvero ciò che sentiamo, facciamo un passo verso noi stessi.
Forse l'estate, con i suoi ritmi più lenti e i suoi spazi di pausa, potrebbe offrirci proprio questo: il tempo per ascoltare quella voce interiore che durante il resto dell'anno rischia di perdersi nel rumore della quotidianità.
Un invito a rallentare.
A respirare.
A ritrovare un dialogo più autentico con noi stessi.
Perché a volte non abbiamo bisogno di cercare nuove risposte, ma semplicemente di creare lo spazio necessario per ascoltare quelle che già abitano dentro di noi.
In fondo, non esiste viaggio più importante di quello che ci riporta a casa, nella nostra interiorità.
Anna Maria Le Moli
Percorsi di Trasformazione ed Evoluzione Personale




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