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Alta sensibilità e intelligenza emotiva: quando sentire tanto non significa saper gestire tutto

28 set
Tempo di lettura: 7 min

Sentire profondamente può essere una risorsa, ma la consapevolezza emotiva nasce anche dalla capacità di comprendere ciò che accade dentro di noi

Quando si parla di persone altamente sensibili, si tende spesso a pensare alla profondità delle emozioni, alla facilità con cui possono essere toccate da ciò che accade intorno a loro o alla particolare attenzione verso gli stati d'animo degli altri.

Ma c'è un aspetto meno raccontato.


Sentire molto non significa necessariamente saper comprendere e gestire ciò che si sente.

Ed è proprio qui che l'alta sensibilità può incontrare il tema dell'intelligenza emotiva.

L'intelligenza emotiva riguarda, in senso ampio, la capacità di riconoscere e comprendere le proprie emozioni, entrare in relazione con quelle altrui e utilizzare questa consapevolezza nel modo di stare nelle relazioni e nelle diverse situazioni della vita. Comprende quindi, sia la conoscenza di sé, sia la capacità di gestire le proprie risposte emotive e di costruire relazioni significative.

Per una persona altamente sensibile, questa dimensione può assumere caratteristiche particolari.

Non necessariamente perché sia “più intelligente emotivamente” degli altri, ma perché la maggiore sensibilità agli stimoli e la profondità dell'elaborazione possono portare a prestare una particolare attenzione alle sfumature emotive, relazionali e ambientali.

E questa attenzione può essere, contemporaneamente, una risorsa e una fonte di fatica.


Accorgersi di ciò che gli altri non dicono

Una delle esperienze frequentemente associate all'alta sensibilità riguarda la capacità di cogliere dettagli che possono sfuggire ad altre persone.

Non si tratta soltanto delle parole.

Un cambiamento nel tono della voce, un'espressione del viso, una pausa insolita, una variazione nell'atmosfera di una stanza possono attirare l'attenzione di una persona sensibile.

L'ascolto, quindi, può andare oltre il contenuto esplicito della comunicazione e includere anche elementi non verbali: il modo in cui una persona parla, il linguaggio del corpo e ciò che sembra accompagnare le parole.

Questa attenzione può favorire una forma di ascolto molto profonda, ma bisognerebbe fare una distinzione importante in quanto, percepire un segnale non significa necessariamente sapere con certezza che cosa significhi.

È possibile accorgersi che qualcosa sia cambiato nell'altra persona, senza sapere esattamente che cosa stia realmente accadendo. Ed è in questi casi che una risorsa può trasformarsi in sovraccarico.

Soprattutto perché una persona sensibile tende ad elaborare molto ciò che percepisce, cercando spiegazioni, significati e connessioni.

Empatia: comprendere l'altro senza perdersi nell'altro

L'empatia viene spesso considerata uno dei possibili punti di forza associati all'alta sensibilità.

Una maggiore attenzione agli stati emotivi altrui può facilitare la comprensione delle persone e rendere più naturale cercare di cogliere ciò che si trova oltre ciò che viene espresso direttamente.

È importante però evitare una eccessiva semplificazione poiché, essere altamente sensibili non significa allo stesso modo essere automaticamente empatici.

Ogni persona ha una propria storia, un proprio modo di entrare in relazione e differenti capacità di riconoscere e regolare le emozioni.

Nella maggior parte dei casi, sentire molto ciò che accade all'altro può diventare faticoso quando manca una sufficiente distinzione tra ciò che appartiene a me e ciò che appartiene all'altro.

Posso accorgermi che una persona sia triste senza dover diventare triste anch'io.

Posso percepire la tensione di qualcuno senza doverla necessariamente assumere come mia.

Posso comprendere il dolore di un'altra persona senza sentirmi responsabile di eliminarlo.

Questa capacità di mantenere un confine interno non riduce l'empatia, al contrario, può renderla più sostenibile.


Il paradosso della sensibilità: sentire molto, ma non sapere sempre cosa si sta sentendo

Uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio il rapporto con le proprie emozioni.

Una persona altamente sensibile può avere una forte consapevolezza del fatto che “sta succedendo qualcosa”, ma non riuscire immediatamente a identificare che cosa.

Un'emozione può arrivare come un insieme complesso di sensazioni, pensieri, ricordi e reazioni corporee.

È davvero rabbia?

È delusione?

È paura?

È sentirsi rifiutati?

È stanchezza?

Oppure, è il risultato di più emozioni contemporaneamente?

Riconoscere l'intensità di un'emozione e comprenderne l'origine, sono due competenze differenti.

Infatti, essere molto in sintonia con le proprie emozioni non implica automaticamente riuscire a gestirle efficacemente o comprenderne sempre l'origine.

Si tratta di una distinzione preziosa.

Perché l'obiettivo non dovrebbe essere sentire meno, ma imparare a comprendere meglio ciò che si sente.


Quando l'elaborazione emotiva diventa sovraccarico

La profondità dell'elaborazione può portare una persona sensibile a soffermarsi a lungo su un'esperienza.

Una frase può essere ripensata.

Un incontro può essere rielaborato.

Un'espressione dell'altro può continuare a suscitare domande, anche dopo che la situazione sia terminata.

A volte questa elaborazione permette di comprendere meglio ciò che è accaduto, altre volte può alimentare un circuito di pensieri dal quale diventa difficile uscire.

La differenza non sta necessariamente nella quantità di emozioni provate, ma nella possibilità di regolare l'attivazione, dare un significato all'esperienza e tornare gradualmente a uno stato di equilibrio.

Per questo, nel lavoro sulla sensibilità, imparare a riconoscere i propri segnali di sovraccarico può essere altrettanto importante quanto imparare a valorizzare le proprie risorse.


Anche il cambiamento può essere emotivamente impegnativo

Un altro elemento interessante riguarda il rapporto con il cambiamento.

Le transizioni possono richiedere alla persona sensibile un'elaborazione particolarmente intensa: cambiare lavoro, concludere una relazione, trasferirsi, iniziare un nuovo percorso o anche affrontare una modifica apparentemente piccola della propria quotidianità.

Non è necessariamente il cambiamento in sé a rappresentare il problema.

Può essere il numero di elementi che devono essere contemporaneamente elaborati: emozioni, informazioni, possibilità, conseguenze, aspettative e incertezze.

Per questo, imparare a guardare il cambiamento non soltanto attraverso ciò che si perde, ma anche attraverso ciò che può aprire, può aiutare a costruire una relazione più flessibile con le transizioni.

Non significa obbligarsi a vedere sempre il lato positivo.

Significa poter lasciare spazio anche alla possibilità che una cosa possa essere difficile e, nello stesso tempo, avere un significato evolutivo.


La fiducia in sé nasce anche dal comprendere la propria sensibilità

Per molte persone, una parte della difficoltà può derivare dal modo in cui la sensibilità è stata interpretata nel corso della propria storia.

Se una persona ha ricevuto ripetutamente messaggi come “sei troppo sensibile”, “te la prendi per tutto”, “pensi troppo” o “dovresti lasciar correre”, può arrivare a considerare la propria modalità di funzionamento come qualcosa da correggere.

Purtroppo quando una caratteristica personale viene continuamente vissuta come un difetto, può diventare difficile riconoscerne anche le risorse e sono questi i casi in cui comprendere l'alta sensibilità potrebbe assumere un significato diverso dal semplice “scoprire di essere PAS”.

Può significare iniziare a rileggere alcune esperienze attraverso una lente più chiara, senza trasformare ogni comportamento o ogni difficoltà nella conseguenza automatica della sensibilità.


Conoscersi non significa trovare un'etichetta che spiega tutto.

Significa acquisire strumenti per distinguere ciò che ci appartiene, ciò che ci condiziona e ciò di cui abbiamo bisogno.


La vera intelligenza emotiva non consiste nel sentire sempre nel modo giusto

Forse è proprio questo il punto da cui partire.

L'intelligenza emotiva non consiste nell'essere sempre calmi, comprensivi, empatici e capaci di gestire qualsiasi situazione.

L'alta sensibilità dovrebbe essere trasformata nell'immagine di una persona che percepisce tutto, comprende tutti e possiede una sorta di “superpotere emotivo”, poiché una persona sensibile può essere profondamente empatica e, allo stesso tempo, avere bisogno di imparare a mettere dei confini.

Può cogliere facilmente l'umore degli altri e, contemporaneamente, fare fatica a comprendere il proprio.

Può avere una grande capacità di ascolto e sentirsi comunque sopraffatta dopo una conversazione particolarmente intensa.

Può percepire moltissime sfumature e avere bisogno di tempo per elaborarle.

La sensibilità non elimina la necessità di sviluppare competenze emotive. Può, piuttosto, rendere particolarmente importante farlo.


Quando la sensibilità chiede uno spazio di ascolto

A volte comprendere la propria sensibilità attraverso informazioni, libri o articoli è un primo passo importante, ma può arrivare un momento in cui non basta più sapere che cosa significhi essere altamente sensibili, piuttosto diventa fondamentale capire come quella sensibilità si manifesti nella propria vita.

Nelle relazioni.

Nel modo di comunicare.

Nella difficoltà di dire di no.

Nella tendenza a farsi carico delle emozioni degli altri.

Nel bisogno di tempo per elaborare ciò che è accaduto.

Nella fatica di sentirsi compresi.

Non ultimo, nella difficoltà, apparentemente paradossale, di comprendere le proprie emozioni proprio perché sono molte, profonde e intrecciate tra loro.

È in questo spazio che un percorso di counseling relazionale può rappresentare un'occasione di ascolto e di consapevolezza.

Non per modificare la propria sensibilità.

Non per imparare a “sentire meno”.

Nemmeno per ricondurre ogni difficoltà all'essere una persona altamente sensibile.

Piuttosto, per fermarsi e osservare ciò che sta accadendo, dare un nome alle proprie esperienze, riconoscere i propri bisogni e comprendere come il proprio modo di sentire entri in relazione con gli altri.

Perché conoscersi non significa soltanto sapere quali sono le proprie caratteristiche, significa anche imparare a stare in relazione con se stessi e con gli altri in un modo che ci somigli davvero.


Dalla sensibilità alla consapevolezza

Forse allora la domanda non è:

“Come posso smettere di sentire così tanto?” Piuttosto: “Come posso imparare a stare meglio con ciò che sento?”

È una differenza sostanziale, perché non chiede alla persona sensibile di diventare meno sensibile, ma chiede lei di sviluppare una maggiore conoscenza di sé: riconoscere i propri segnali, comprendere i propri bisogni, distinguere le emozioni dalle interpretazioni, imparare a stabilire confini e trovare modalità personali per recuperare quando l'esperienza diventa troppo intensa.

È solo quando non si è costretti a subirla, oppure, a nasconderla, che la sensibilità può essere una caratteristica preziosa, che diventa realmente risorsa. Solo quando possiamo ascoltarla, comprenderla e scegliere come prendercene cura.


Una piccola pausa di consapevolezza

La prossima volta che ti accorgi di essere particolarmente coinvolto/a da una situazione, prova a fermarti per qualche istante e chiediti:

Che cosa sto sentendo?

Poi aggiungi:

Questa emozione appartiene a ciò che sta accadendo dentro di me, a ciò che sto percependo nell'altra persona, oppure a entrambe le cose?

E infine:

Di che cosa avrei bisogno in questo momento?

Non serve trovare subito la risposta.


A volte, per una persona altamente sensibile, imparare a riconoscere ciò che accade dentro di sé significa iniziare a non esserne completamente travolta.

La sensibilità non ha bisogno di essere spenta per diventare una risorsa. A volte ha semplicemente bisogno di essere ascoltata, compresa e abitata con maggiore consapevolezza.

Anna Maria Le Moli

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